Béjart, la visione della danza
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Eventi La compagnia Béjart Ballet Lausanne ha aperto la stagione di danza 2025 del Lac di Lugano con tre affollatissime repliche in due giorni.
Tra i padri del balletto moderno del Novecento, artista demiurgo, portavoce di una visione della danza multiculturale, mai disgiunta dalle altre arti, Maurice Béjart, scomparso a Losanna nel 2007, ha lasciato alla storia più di un iconico capolavoro. Il suo repertorio è attualmente custodito da Julien Favrien, magnetico danzatore cresciuto con il maestro, oggi direttore artistico del Béjart Ballet Lausanne. In esso danza ancora un altro nome chiave della storia della compagnia, Elisabet Ros, anche assistente alla direzione artistica. A lei si accompagna più di una generazione di interpreti, tra cui molti giovani. La compagnia, che tra aprile e maggio sarà in Italia, con tappe al Nuovo di Udine, al Comunale di Ferrara e a quello di Modena, con chiusura tour al Regio di Parma, ha aperto la stagione di danza 2025 del Lac di Lugano con tre affollatissime repliche in due giorni. Sta nel destino di tutte le formazioni che hanno avuto alla testa un grandissimo autore (vedi Martha Graham o Pina Bausch) interrogarsi su come non far morire un repertorio che tanto ha significato e può ancora significare, spronando contemporaneamente i nuovi interpreti (che in moltissimi casi non hanno mai lavorato con il maestro o la maestra in questione) a rinfoltire con pezzi di altri autori l’attualità della compagnia.
IL PROGRAMMA presentato al Lac dal Béjart Ballet Lausanne è emblematico a riguardo. A firmare il primo pezzo in locandina il coreografo olandese Joost Vrouenraets: Bye Bye baby blackbird su canzoni di Johnny Cash. Coreografia collettiva, si interroga negli intenti dell’autore sull’oscurità e l’impermanenza, con corpi che, una canzone dietro l’altra, introiettano nel movimento l’inquietudine di una possibile assenza. Il linguaggio coreografico, fratto nelle articolazioni e pieno di impulsi, ha un timbro alla Marco Goecke. Non ha l’efficacia e la sintesi del graffio drammaturgico dell’autore tedesco, ma mostra la compattezza dell’ampio e giovane cast coinvolto. Il programma prosegue con un medley intitolato Béjart et nous. Curato da Julien Favreau, inanella estratti del repertorio di Béjart. Tra i brani scelti il neoclassico in punta (non particolarmente brillante nell’interpretazione) Concerto en re pour violon, 4ème mouvement, su musica di Stravinsky, seguito dal più pregnante pezzo da Héliogabale danzato da Emma Foucher e Antoine Le Moal. Convince il giapponese Konosuke Takeoka nello scherzoso e virtuosistico Trish Trash e c’è impegno interpretativo in Faust, passo a due maschile con gli italiani Alessandro Cavallo e Angelo Perfido.
DEL MEDLEY restano tuttavia negli occhi soprattutto i due pezzi su Jacques Brel: Ne me quitte pas con Elisabet Ros e Quand on n’à que l’amour con Mari Ohashi e Kwinten Guilliams. Ros in un attimo riporta in scena lo spessore interpretativo che fu dei tempi d’oro di Béjart. Piace però anche la giovane Mari Ohashi, protagonista, inoltre per una replica, del ruolo principale del pezzo cardine del programma del Lac, la ripresa di Boléro. Sì, sempre e ancora il Boléro, con il suo grande tavolo rotondo e quell’incalzare inarrestabile di sensualità e seduzione che Ohashi incarna con voluttà solitaria, fortemente carismatica. Ed è questo il pezzo che fa la differenza. La sensazione è che, pià di vedere spezzatini, valga la pena di rivedere in scena per intero i grandi titoli di Béjart che non è detto siano così noti alle giovani generazioni di spettatori: con Boléro, la magnifica Nona, il Sacre du Printemps, Firebird (L’Uccello di fuoco) sono solo alcuni esempi. Quest’ultimo sarà un hit della tournée italiana.
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