“Parthenope”: Paolo Sorrentino a Napoli con la grande bellezza di Celeste Dalla Porta
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Nella mitologia greca, Partenope era una delle bellissime sirene che tentarono di sedurre Ulisse, il quale si innamorò di un centauro di nome Vesuvio e spinse il geloso Zeus a trasformarlo nel vulcano omonimo. Partenope visse nelle acque del golfo di Napoli, da cui prese il nome la città, in seguito ribattezzata Neapolis. Partenope in greco significa “colei che ha il volto di una fanciulla”, e Paolo Sorrentino non poteva avere più ragione quando ha scelto l’ignota Celeste Dalla Porta per interpretare l’eroina omonima del suo film Partenope . Dalla Porta è incredibilmente bella ed estremamente sensuale, ma allo stesso tempo ha il viso innocente di una ragazza. E quando la vediamo per la prima volta, è nel mare, come la mitologica Partenope.
[Guarda il trailer di “Parthenope”:]
Come nel suo precedente film, l'autobiografico La mano de Dios (2021), sulla sua infanzia e giovinezza e sulla sua passione per la squadra della sua città quando giocava Maradona, il napoletano Sorrentino ambienta Partenope nella sua città natale. Ma a differenza di La mano di Dio , che era una storia chiara e raccontata in modo lineare, dove il regista era presente attraverso il protagonista principale, Parthenope è un film ellittico, allusivo e simbolico, a tratti persino sconcertante e quasi codificato, e per certi aspetti vicino alle atmosfere emotive, visive e figurative del capolavoro del regista, La grande bellezza (2013).
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Paolo Sorrentino è uno di quei rari registi che, quando vogliono e devono, riescono a rendere i protagonisti dei loro film contemporaneamente personaggi, simboli e incarnazioni di idee e concetti (vedi Jep Gambardella di Toni Servillo nel già citato La grande bellezza) . E se in La mano di Dio il giovane Fabietto è solo il regista attraverso un personaggio di finzione intermediario, in Partenope l'eroina folgorante e intelligente è un personaggio a sé stante, ma anche un simbolo, un'emanazione di Napoli, un'idea sublimata di donna e un veicolo attraverso cui Sorrentino medita sulla giovinezza, sullo scorrere del tempo e sul potere, sull'irrealtà del corpo e sull'impermanenza della bellezza.
[Vedi l'intervista a Paolo Sorrentino:]
Come le dice a un certo punto John Cheever (Gary Oldman), sempre ubriaco, la sua bellezza è così grande che può "aprire porte e causare guerre". Ma Partenope non lo usa né per l'una né per l'altra cosa. Cerca persino di evitare coloro che si mostrano affascinati da lei e rifiuta i loro favori. Paolo Sorrentino non filma Celeste Della Porta con complice lussuria, ma in modo ammirato e contemplativo, con un pizzico di interrogativo. E consapevole dei misteri che questa bellezza racchiude e di cui nemmeno Partenope stessa ha una conoscenza o una comprensione completa, o di cosa fare del dono che la natura le ha concesso (vedi il suo desiderio di fare l'attrice, e l'ago che decide di dare alla vita accademica, con la comprensione dell'unico uomo che non la brama né la giudica e riconosce il suo valore intellettuale, il vecchio professore di antropologia interpretato da Silvio Orlando).
[Vedi l'intervista a Celeste Dalla Porta:]
È lo stesso mix di ammirazione, contemplazione e interrogazione, infatti, con cui Sorrentino filma Napoli, dove Partenope appare a un certo punto del racconto e attraverso le cui strade e vicoli, chiese e palazzi ci guida, mentre lei matura e cerca di trovare la sua strada nella vita. Ci mostra anche il rapporto della città con la fede (gli episodi allegorici della liquefazione del sangue di San Gennaro, o del vescovo lascivo e del tesoro del santo) e con la mafia (la sequenza felliniana dell'unione delle due famiglie criminali attraverso la giovane coppia costretta a esporre e consumare la propria intimità davanti ai membri di entrambe).
[Guarda una sequenza del film:]
Sintetizzare Partenope è tanto difficile quanto ingrato e inutile, perché è imperscrutabile come la bellezza della sua eroina, splendidamente impressionista come la fotografia di Daria D'Antonio, enfatizzata dalla regia rigorosa di Paolo Sorrentino, che filma una Napoli perennemente estiva e sempre baciata dal sole. E non resiste al riferimento calcistico nemmeno alla fine , quando l'ormai anziana e da poco in pensione Partenope (Stefania Sandre) torna (single) nella città che decenni prima aveva scelto di abbandonare per intraprendere la vita universitaria anziché una carriera basata sulla sua bellezza. Una bellezza che anche adesso, ormai avanti negli anni, non l'ha abbandonata del tutto.
Parthenope è un film che non piacerà a molti, soprattutto ai detrattori di Paolo Sorrentino, che non sono pochi. E potrebbe anche lasciare perplessi alcuni ammiratori del regista, soprattutto quelli che si irritano per i suoi tic felliniani o che disapprovano quando sconfina nel grottesco (vedi la sequenza del figlio “problematico” del professore, che riesce a toccare entrambe le cose contemporaneamente). Anche se fosse per la rivelazione di Celeste Della Porta, Parthenope varrebbe la pena. Ma il film ha molto di più da offrire a coloro che sono disposti a seguire le orme di Partenope nella città e nella vita.
observador