Il tweet della Meloni: retorica o realismo?

Il messaggio della premier Meloni su X — «Gli intensi attacchi di questa notte su Kiev dimostrano chi sta dalla parte della pace e chi non ha intenzione di credere nel percorso negoziale» — sembra voler esprimere una contrapposizione moralistica: da un lato chi vuole la pace (ovviamente l’Ucraina e l’Occidente), dall’altro chi la rifiuta (la Russia).
Ma dietro queste parole apparentemente lineari si nasconde un nodo di contraddizioni. E per comprenderne appieno la valenza, occorre analizzare la logica della guerra, le condizioni geopolitiche reali e la costante ambiguità che caratterizza la retorica della Meloni.
La logica della guerraLa premier sembra dimenticare che esiste una guerra in corso, e che in guerra la logica non è quella della “moderazione” ma del logoramento dell’avversario.
Sun Tzu, nell’“Arte della guerra”, ammoniva:
«Colpisci il nemico quando è indebolito. Se sei forte, fingi debolezza; se sei vicino, fingi distanza. La vittoria si ottiene minando la capacità del nemico di combattere, non attendendo la sua resa spontanea».
In questo contesto, gli attacchi russi su Kiev — che finora hanno colpito soprattutto obiettivi militari e infrastrutture strategiche — non sono “insensati”, ma funzionali a ridurre la capacità bellica ucraina. Chiederne la moderazione equivale, in termini militari, a chiedere a Mosca di sabotare la propria strategia.
La contraddizione negozialeLa coerenza lineare del messaggio di Meloni vacilla sotto più aspetti:
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Sul piano militare: gli attacchi russi su Kiev sono stati mirati a obiettivi strategici (comandi, infrastrutture energetiche, depositi). Definirli “insensati” significa ignorare la logica di un conflitto che dura da oltre due anni.
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Sul piano negoziale: dire che gli attacchi russi “dimostrano chi non crede nei negoziati” è un capovolgimento. È proprio la posizione europea, che parla di “pace giusta” come resa di Mosca e ritiro totale, a impedire qualsiasi trattativa reale. Ricordiamo che a Istanbul, nel marzo 2022, un accordo era vicino: fu Boris Johnson a intervenire per bloccarlo.
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Sul piano storico: in ogni conflitto moderno la vittoria è stata determinata dalla capacità di infliggere danni strategici, anche a costo di offensive dure e prolungate. Chiedere alla Russia di “colpire meno” equivale a chiederle di abbandonare la propria logica militare.
Molti analisti militari occidentali hanno sottolineato queste contraddizioni.
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Douglas MacGregor, ex colonnello dell’esercito USA: «L’Ucraina non ha mai avuto la possibilità di vincere questa guerra senza un coinvolgimento diretto della NATO. E oggi, anche con le armi occidentali, soffre di una carenza di personale che nessun supporto può colmare».
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Scott Ritter, ex ispettore ONU: «La Russia non combatte per conquistare Kiev a tutti i costi, ma per logorare lentamente la macchina militare ucraina e neutralizzare la minaccia NATO ai suoi confini».
La realtà, quindi, è che la Russia conserva profondità strategica e risorse, mentre l’Ucraina si regge soltanto sul sostegno esterno.
Lezioni dalla storiaLa storia insegna che nessuna potenza accetta condizioni di pace che annullino i sacrifici già compiuti. Nessuno avrebbe chiesto a Churchill nel 1941 di arrendersi per fermare i bombardamenti tedeschi.
Allo stesso modo, la Russia non può ritirarsi dal Donbass e dalle regioni annesse — oggi integrate nella Federazione Russa — senza tradire i propri caduti e i cittadini che ormai considera parte integrante del Paese.
La “pace giusta” evocata dall’Unione Europea equivale dunque a una resa umiliante per Mosca, condizione che nessuno Stato al mondo accetterebbe.
L’ambiguità costante della MeloniNon è la prima volta che la premier adotta un linguaggio del genere. Periodicamente, la sua comunicazione propone un frame emotivo che separa “pacifisti” e “aggressori”, sorvolando però sulla realtà dei rapporti di forza.
Questa retorica ha due effetti:
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Illude l’opinione pubblica che basterebbe un “cessate il fuoco unilaterale” di Mosca per aprire una trattativa.
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Evita di assumersi responsabilità: se la guerra si prolunga, la colpa è solo della Russia, non della strategia di logoramento perseguita da NATO ed UE.
Il risultato è un discorso ambiguo: a parole si evoca il negoziato, ma nella sostanza si sostiene la prosecuzione della guerra.
Considerazioni finaliIl tweet di Giorgia Meloni non nasce da un’analisi realistica, ma da una narrazione emotiva, funzionale a rinsaldare il fronte europeo e a orientare l’opinione pubblica interna.
Dietro l’apparente moralismo (“pace contro guerra”) si cela la vera linea politica: sostenere Kiev a oltranza, attribuire a Mosca ogni colpa e definire “pace giusta” ciò che coincide con la sconfitta totale della Russia.
Sun Tzu ammoniva:
«Se non conosci né te stesso né il tuo nemico, soccomberai in ogni battaglia».
La retorica della Meloni, ignorando sia la logica militare russa sia i limiti della strategia occidentale, rischia di essere esattamente questo: un’arma rivolta non contro Mosca, ma contro la verità dei fatti e la coscienza dei cittadini europei.
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